Le acque terapeutiche
Le Terme, le acque dell'Umbria, le origini celtiche
In questo paesaggio aspro e roccioso della Valnerina, dove il fiume penetra tra le rocce creando gole e anfratti profondi, si trovano i luoghi di culto più conosciuti e frequentati d’Italia. Ma tutta la zona dell’Umbria tra Spoleto, Foligno e Norcia è disseminata di chiese, abbazie, cappelle nate nei luoghi di natura, che già in epoca pagana erano sempre stati veri e propri “santuari naturali terapeutici”, ancora oggi l'elemento "Acqua" è oggetto della devozione popolare.
Miracolose acque sotterranee Nei pressi di S. Anatolia di Narco, vicino a Spoleto, si incontra la piccola abbazia romanica di San Felice, edificata sull’eremo in cui furono sepolti i santi Mauro e Felice che, secondo la leggenda, salvarono gli abitanti della zona dal fiato velenoso di un drago. L’episodio, scolpito nel fregio sotto il rosone della facciata, si riferisce verosimilmente all’opera di bonifica delle paludi realizzata dai monaci. Ma ciò che ha reso per secoli questo luogo meta di pellegrinaggio è l’acqua della risorgiva che scorre sotto l’abbazia e che si riteneva guarisse le malattie della pelle: nel presbiterio di fronte all’altar maggiore vi era una buca, protetta da una grata di ferro, dove le madri lavavano i bambini affetti da scabbia o da altre malattie cutanee.
2Il desiderio di essere madre Sono moltissime in Umbria le acque sotterranee, sorgenti, risorgive a cui la tradizione popolare ha attribuito proprietà di purificazione e guarigione; il luogo in cui l’acqua affiora dal terreno o sgorga dalla roccia è  diventato così un luogo sacro, di contatto privilegiato tra la divinità e l’uomo che vi erige un “santuario”. Come quello di Santa Maria di Pietrarossa, lungo la via Flaminia fra Trevi e Foligno, una chiesa duecentesca costruita sulle rovine di una città romana, con l’interno tutto decorato di affreschi. Il nome deriva dalla pietra rossa incastonata in un pilastro della chiesa, con un foro da cui sembra che anticamente sgorgasse un’acqua taumaturgica che curava la sterilità; seguendo una tradizione in cui si mescolano elementi cristiani e magici, nella notte di S. Giovanni, le donne dei paesi vicini venivano al santuario, infilavano il dito nel foro della pietra rossa, facevano tre volte il giro dell’altare, toccavano l’affresco raffigurante S. Giovanni e poi andavano a bere l’acqua miracolosa del pozzo a pochi metri dalla chiesa.
3Camiciole di neonati come ex voto Le puerpere che non avevano latte si recavano all’abbazia di San Silvestro, salendo da Collepino verso il Monte Subasio, e chiedevano al Santo la grazia bevendo l’acqua della fontana; un’acqua molto efficace se dobbiamo credere al numero di cuffiette e camiciole di neonati annodate alla cancellata della chiesa dalle madri riconoscenti che riuscivano ad allattare dopo averla bevuta. In alcuni santuari, come quello della Madonna della Peschiera a Borgo Preci, la gratitudine per la guarigione ottenuta si è manifestata nei secoli attraverso gli ex voto, quadretti di ceramica con dipinta la scena del miracolo, un grande affresco storico della vita quotidiana della gente comune.
Acque contro la malaria Numerosi i santuari dedicati a S. Michele Arcangelo, eretti spesso ai limiti dei pascoli, vicino a sorgenti di acque calcaree e terapeutiche utilizzate dai pastori nei mesi della transumanza contro le febbri malariche. Uno di questi è il Santuario di S. Angelo de gructis a Roviglieto di Foligno, sulle pendici del Monte Cologna, chiamato anche Madonna del Riparo; costruito nell’XI secolo in un’ampia e profonda grotta naturale a cui si accede tramite una scala scavata nella roccia, venne riscoperto nell’800 dopo secoli di abbandono. Il giorno della festa di S. Michele Arcangelo i malati venivano a bere e a bagnarsi all’acqua del pozzo posto presso l’ingresso della grotta.
La Vergine dei miracoli Molti luoghi di culto sorgevano dove già esistevano un eremo, una cappella con le reliquie di un santo o un’edicola con l’immagine della Vergine che, in seguito a un fatto  miracoloso, divenivano oggetto di particolare devozione popolare. È quanto avvenuto per il santuario della Madonna delle Grazie, edificato nel XV secolo nei pressi di Rasiglia, tra Spoleto e Foligno, sul greto di un fosso. Proprio su questo fosso, vicino a una sorgente d’acqua già ritenuta terapeutica, era stata ritrovata una statua in terracotta della Vergine col Bambino. 5Contesa dagli abitanti di Verchiano che la volevano nella loro chiesa, la statua ogni volta, secondo la leggenda, ritornò miracolosamente di notte dove era stata trovata. Perfino i buoi si rifiutarono di trainare il carro su cui si cercava di trasportarla. Sul luogo del ritrovamento venne quindi costruito un santuario che ancora oggi è un importante luogo di culto per gli abitanti della valle del Menotre e del Folignate.
6Sulle rocce per guarire le ossa La salita all’eremo di S. Maria Jacobis, a Sasso di Pale (Foligno), è lunga e faticosa, un vero cammino di purificazione che i pellegrini percorrevano scalzi per espiare i peccati e guarire nel corpo e nello spirito. Lungo il sentiero vi sono delle fessure nelle rocce che, secondo la leggenda, sarebbero le impronte dei piedi e delle mani della santa eremita che si recava sul monte a pregare e a fare penitenza; proprio in queste profonde incisioni i malati di reumatismi e di malattie delle ossa appoggiavano i loro arti per ottener la guarigione o almeno un sollievo al loro dolore.
Un caso particolare, vicino a Foligno, è il santuario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, legato alla storia della famiglia Cancelli, i cui primogeniti maschi hanno, tramandato direttamente dagli apostoli, il dono di guarire il male di sciatica con l’imposizione delle mani. Un dono riconosciuto dalla Chiesa che, per poter accogliere l’enorme numero di malati in cerca di guarigione, nel 1700 autorizzò la costruzione del grande santuario dedicato agli Apostoli.
I Celti erano un popolo molto pacifico ed erano molto legati alla natura; questo loro aspetto viene sovente associato a quello dei nativi americani. Le donne erano molto libere e coraggiose, ci si  curava con le piante, la musica, la danza, con la cromoterapia e si credeva nel potere terapeutico di determinate acque. I Celti non edificavano templi poiché per loro la natura stessa era un tempio. Boschi, alture, laghi, stagni, sorgenti erano tutti luoghi in cui ci si poteva mettere in contatto con il divino. Il luogo sacro per eccellenza era il bosco, coniugato ad un profondo rispetto per l’acqua. Essi avevano moltissime piante ritenute sacre, le cui principali sono la quercia e il vischio. I Celti associavano la quercia al principio maschile ed il vischio a quello femminile. Il vischio era sacro in quanto mettendo le foglie nuove in inverno simboleggia la rigenerazione della vita. Questa pianta simbolica è arrivata sino a noi: a Natale si usa baciarsi sotto il vischio ma noi non sappiamo il perché: il vischio era sacro presso i Celti e questa sacralità è rimasta. I Celti consideravano la natura la madre sacra di tutti i viventi. Per loro tutte le forze della natura, anche le più sconvolgenti, erano una manifestazione di quella energia che tutto crea e tutto distrugge. Il mondo dei Celti non aveva dualità, non faceva distinzione tra sacro e profano, materia e spirito, corpo e mente: tutto veniva ricondotto ad un unico principio. Inoltre nella cultura celtica non esistono miti di creazione poiché  loro vedevano il divino in termini ciclici, cioè il tutto è in continua evoluzione. Il principio unico ed increato veniva designato con il termine OIW e simboleggiato con il Sole.
Si afferma che alcune popolazioni celtiche non si cibassero di volatili. Non si sa di preciso il motivo ma molto probabilmente era per lo stesso motivo presente in culture animiste e sciamaniche, che considerano i volatili animali intermediari tra cielo e terra.
Il metodo divinatorio celtico era basato sulle rune, cioè su simboli utilizzati come lettere dell’alfabeto e utilizzate altresì per invocare divinità e per predire il futuro. Le rune non sono di origine celtica ma di origine germanico-scandinava e furono introdotte tra i Celti tramite i Vichinghi intorno al 100 a.C. Esse sono considerate a tutt’oggi un efficace metodo divinatorio perché basato su simboli (i simboli penetrano direttamente nell’inconscio, il loro messaggio è subliminale) e vengono utilizzate anche nella magia Wicca. Le rune venivano incise per lo più su pietre, ma anche su argilla, metallo e legno. Il vero significato delle rune è molto profondo e per questo non si può trasportare completamente nella mentalità dei giorni nostri, infatti originariamente ogni runa rappresentava un intero universo concettuale. La parola runa significa, non a caso, segreto e chi era in grado di interpretarle veniva considerato molto potente. Abbiamo testimonianze delle rune nell’opera Germania di Cornelio Tacito, il quale asserì che le divinazioni compiute con le rune erano molto più evolute delle altre.
Esistono tre sistemi runici: il Futhark più antico (24 rune), il Futhorc anglofrisone (29 o 33 rune) e il Futhark più giovane (16 rune). La parola Futhark deriva dalle prime sei lettere dell’alfabeto runico antico, ad ogni lettera corrisponde un suono e le prime sei lettere formano la parola Futhark. E’ interessante notare che alcune lettere del nostro alfabeto (ad esempio f, u, r, c, h, i , s, b) hanno una certa somiglianza grafica con i simboli runici corrispondenti a queste stesse lettere (ad esempio la runa corrispondente al suono B è graficamente uguale alla nostra B, solo che è un po’ più “appuntita”).
I Celti si dichiarano discendenti degli Iperborei, cioè la razza che ha preceduto gli Atlantidei. Gli Iperboerei derivavano, a loro volta, dai Polari, così chiamati perché dicevano di esser stati portati dalla stella Polare. I Polari vivevano nella calotta polare ma forse vi vivevano anche gli Iperborei e anticamente queste zone forse non erano state ancora rivestite dal Circolo polare artico. I Polari insegnavano la scienza del magnetismo e la canalizzazione delle energie (ad esempio la funzione dei menhir e dei dolmen era proprio quella di canalizzare energie e creare luoghi di forza), vivevano nell’isola di Thule nel periodo corrispondente al Cenozoico e Mesozoico, dove i libri di storia non vedono la presenza dell’uomo. Erano dei giganti ed in realtà sono stati ritrovati anche i loro resti (un adulto della nostra razza corrisponde ad un femore dei Polari) ma nessuno ce lo viene a dire.  I Celti conoscevano la natura ed il cosmo nella sua interiorità, infatti nelle fiabe celtiche abbiamo molti giganti, gnomi, elfi, folletti: non si tratta di invenzioni né di fantasia bensì di ricordi, poiché questi esseri esistevano davvero e forse esistono ancora ma noi non li riusciamo più a vedere.
Cerinotti, A. (a cura di) (1998), I Celti, Demetra, Colognola ai Colli (VR)
Duvall, J. (2001), Stonehenge e l’antica civiltà dei Druidi, Lito-Rama, Napoli
Caland, M. (1997), Voorspellen met runen, Uitgeverij Schors, Amsterdam – Olanda; trad. it.  (2000), Rune, Xenia edizioni, Milano 

Una regione lontana dal mare eppure regno di acqua che percorre il fondovalle e nei paesi e nelle città esplode in fontane, tipici esempi di arte dei centri storici circondate da palazzi civili, comunali e da edifici religiosi. L'acqua in Umbria è ovunque anche dove non è così evidente, diventa così mistica e miracolosa, mitica e profana, evoca antichi riti che sacralizzano la natura stessa. Le numerose sorgenti di acque minerali, già apprezzate fin dall'antichita' e dai Romani, rappresentano motivo d'orgoglio per questa terra dove il rispetto della natura e l'attenta tutela dell'ambiente è parte integrante dei valori culturali dell'Umbria. Il sottosuolo umbro è particolarmente ricco di acque minerali le cui proprietà benefiche e curative sono rinomate da millenni e vengono utilizzate sia per cure idropiniche nei centri termali che per l'imbottigliamento.

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I CELTI E LA VISIONE VITALE DELLA NATURA

Tutta questa tradizione di acque terapeutiche ci riporta alla visione panteistica del popolo dei Celti che pare abbia abitato questi luoghi come Cammoro. 

Non è semplice parlare dei Celti, in quanto si tratta di un popolo ancora oggi avvolto dal mistero. Storicamente collochiamo i Celti nel I millennio a.C. ma le origini di questo popolo sono sicuramente molto più antiche. Geograficamente essi occupavano le zone a nord delle Alpi, l’Inghilterra, l’Irlanda, la Francia (soprattutto quella settentrionale) ed ebbero contatti con i  Greci e  i Romani. La loro cultura era, per alcuni versi, la medesima di quella delle altre popolazioni nordiche (Germani, Vichinghi, Norvegesi), da cui ereditarono, ad esempio, l’uso delle rune.

Dei Celti abbiamo poche testimonianze,  alcune sono presenti nel De Bello Gallico di Giulio Cesare e in altre fonti classiche. I Celti non erano barbari, tutt’altro, erano un popolo civilissimo.

La mitologia celtica ci è stata tramandata da fonti classiche e da monaci irlandesi che hanno messo per iscritto i dati tramandati oralmente: ciò vuol dire che queste informazioni possono essere state travisate. Le divinità celtiche sono molto simili a quelle greche, cambia solo il nome. Ad esempio Giulio Cesare associava il dio celtico Lugh a Hermes (che corrisponde al dio romano Mercurio). Altri personaggi numinosi furono invece assimilati dal Cristianesimo, come la dea Brigit, da cui nacque Santa Brigida. Anche l’albero che noi addobbiamo a Natale è un ricordo delle popolazioni nordiche: il paganesimo germanico e scandinavo, infatti, comprendeva l’usanza di adornare un abete rosso con ghirlande, luci e dolciumi. La Chiesa ha cercato di contrastare questa usanza, ma invano. Ci sono comunque altre analogie con il Cristianesimo, questo perché vi fu, alla fine dell’impero romano, una sintesi tra cultura nordica e cultura cristiana. Le popolazioni nordiche infatti festeggiavano l’equinozio di primavera (che corrisponde alla nostra Pasqua). Il mondo presenta la forma di un uovo e presso queste popolazioni esso è associato alla frantumazione e a qualcosa di nuovo (il che simboleggia quindi la rinascita, la resurrezione). Questa rigenerazione è rappresentata dalla dea Ostsara (in tedesco Ostern, in inglese Easter, cioè colei che viene dall’est). Così come noi festeggiamo il Natale, i Celti festeggiavano il solstizio d’inverno. E’ ormai piuttosto noto, infatti, che Gesù non è nato il 25 dicembre e che questa è una data simbolica con cui si ricorda il giorno del sol invictus. Secondo i Celti, durante il solstizio d’inverno rinacque il dio Yule (che sarebbe il nostro Gesù).

Un’altra analogia è quella tra Adamo ed Eva ed Ask ed Embla, rispettivamente il primo uomo e la prima donna (secondo la mitologia nordica) creati da Odino, tramite un soffio.

I Celti avevano il dono della chiaroveggenza e molte altre virtù che noi non possediamo più, come ad esempio l’apertura del terzo occhio. Essi sapevano che oltre alla parte esterna e visibile dell’uomo ve n’è una più interna, cioè l’essenza. Credevano, inoltre- secondo alcune fonti classiche - nella reincarnazione. I Celti ponevano poche barriere tra il visibile e l’invisibile e sostenevano che l’Aldilà fosse accessibile anche ai vivi.

Nella mitologia  celtica un elemento molto importante è il drago. Il drago ha una forza bivalente: aiuta e distrugge. Esso rappresenta una parte di noi, precisamente i nostri difetti psicologici: infatti l’eroe deve uccidere il drago per liberare la fanciulla nella torre, che rappresenta la nostra coscienza intrappolata. Per diventare eroi bisogna vincere le proprie passioni e debolezze, cioè il drago che è in noi. I difetti, però, vanno superati in un certo modo perché servono a farci capire qualcosa. Talvolta il drago rappresenta la materia.

Chiunque abbia modo di avvicinarsi alla mitologia celtica (e nordica in generale) può facilmente notare che in essa vi è una certa componente notturna e tragica, per questo si parla sovente di crepuscolo degli dei. Invero il concetto di crepuscolo degli dei, presente anche nella mitologia norvegese,  è ben più complesso. Il crepuscolo degli dei si definisce con la parola Ragnarok, termine composto da Ragna e Rok. Si tratta di due vocaboli islandesi traducibili con destino ineluttabile: è cioè la visione profetica della fine dell’universo, molto simile all’Apocalisse dei cristiani. Nel dodicesimo secolo gli Scaldi (poeti norvegesi) aggiunsero alcune sillabe, quindi invece di Ragnarok si ebbe Ragnarokkr, tradotta ambiguamente con crepuscolo degli dei.

La civiltà celtica comprendeva una classe sociale molto importante: i Druidi. Secondo Plinio la parola druido deriva dal grecodruz che significa quercia. Gli storici hanno invalidato questa ipotesi ma non sarebbe improbabile, visto che la quercia era ritenuta sacra. I Druidi sono conosciuti come sacerdoti, ma invero erano molto di più: erano uomini di conoscenza, conoscevano in particolar modo le leggi della natura e le tramandavano all’aperto e oralmente; proprio per questo è  molto complesso ricostruire il pensiero e il misticismo dei Drudi: non ci hanno lasciato nulla di scritto. Alcuni sostengono che i Druidi tramandavano i loro precetti oralmente per il fatto che probabilmente non conoscevano la scrittura ma questa ipotesi è forse falsa, perché in Gallia c’era l’alfabeto greco e le popolazioni nordiche, come i Celti, conoscevano anche l’alfabeto runico. Nei loro insegnamenti, i Druidi tramandavano la conoscenza della natura, le sue energie telluriche e cosmiche e le sue leggi.  I Druidi insegnavano inoltre a venerare gli dei a non commettere ingiustizie e a mantenere sempre una condotta virile, così come un druido dichiarò allo storico Diogene Laerzio. La figura dei Druidi era pregnante nel mondo celtico, infatti essi esercitavano anche una funzione politica ed erano al vertice della piramide sociale. I Drudi potevano possedere anche delle ‘specializzazioni’ ed essere quindi sacerdoti, astrologi, maghi, uomini di scienza. Alcuni sostengono che i Druidi non fossero necessariamente dei bravi astronomi ma si deve tener presente che in queste civiltà antiche i saperi erano tutti collegati e c’era una forte coesione tra astrologia ed astronomia, quindi un druido esperto di astrologia conosceva sicuramente anche l’astronomia. Non a caso altre fonti sostengono esattamente il contrario, cioè che i Druidi possedevano larghe competenze astronomiche. L’animale più vicino  ai Druidi era il cinghiale.

A onta di chi sostiene che quella dei Celti non può essere definita una civiltà, possiamo asserire che grazie ai Druidi quella dei Celti non solo era una civiltà ma anche un vero impero, unificato dal druidismo e dalla classe sacerdotale. Secondo antichi storici, il Druidismo si sviluppa in Britannia ed in Gallia dove questi uomini di conoscenza avevano una grande fama come filosofi già dall’inizio del II sec. a.C. Abbiamo  testimonianze dei Drudi da parte di Cicerone, Giulio Cesare e Diodoro Siculo. Quest’ultimo, parlando dei Druidi, li considera proprio dei filosofi. Periodicamente si tenevano delle assemblee dei Druidi appartenenti a varie tribù, che potevano essere anche in conflitto tra loro.

Il mondo dei Celti

di Leonella Cardarelli  baffinet@lycos.it

Bibliografia:

Altre fonti:

Conferenza I Celti, tenuta dal C.E.A. a Popoli (PE) il 12/9/05